LA GLOBALIZZAZIONE DEL NEOFOLCLORE

LA GLOBALIZZAZIONE DEL NEOFOLCLORE

In tutto il mondo si replicano o alterano tradizioni, anche fasulle, per appagare la domanda di esotismo dei vacanzieri. Una fiera del kitsch da cui non si salva nessuno.

Nelle evocazioni dell’industria del turismo i confini tra vero e falso sono sempre più confusi. C’è un boom del neofolclore: la replica di costumi e tradizioni per appagare il desiderio di esotismo dei vacanzieri. In tutto il mondo proliferano festival con gare di velocità tra cammelli, asini, cavalli. Con parate di elefanti, giochi ancestrali, recupero di strumenti musicali, replay di piatti dimenticati. Manifestazioni che spesso affondano le radici in un passato tanto remoto quanto non documentato. Così in Medio Oriente la danza del ventre e quella dei dervisci vanno in scena in Paesi che non le hanno mai conosciute. L’artigianato indiano e quello balinese sono diventati un prodotto ‘tipico’ dalla Giordania al Sudafrica. E i giovani tornano da Ibiza con un tatuaggio maori. È la globalizzazione del folclore.

IL TRIONFO DELL'ESOTISMO DI MERCATO

L’esotismo di mercato trionfa nei Paesi in via di sviluppo dove il turismo rappresenta una bella fetta del Pil: un peccato veniale per non deludere le aspettative dei visitatori e far riportare loro a casa belle foto. Una fiera del kitsch da cui non si salva nessuno: basta pensare ai centurioni romani davanti al Colosseo e ai gondolieri con chitarra a Venezia. La foto di se stessi in costume è diventata un’ossessione in Asia. In Cina, dove il turismo interno è in continua crescita, vengono affittati abiti per farsi immortalare vestito da mandarino nella Città Proibita, da Tibetano sull’Himalaya o da minoranza Bai nello Yunnan. E le guide cinesi indossano panni rubati dal repertorio Tang se si visita Xian o da quello Ming se si è a Nanchino. Flash di colore dopo decenni di austerità maoista? Non credo perché persino in India, ricca di folclore autentico, si diffonde il noleggio di copie di antichi costumi per farsi ritrarre tra i resti archeologici.

FENOMENO CON RADICI COLONIALI

Il neofolclore sembra una malattia infantile del turismo, frutto dell’accesso a viaggi e terre lontane di masse con scarso retroterra culturale e forte bisogno di consumi esotici. Il fenomeno nasce però prima dell’industria del turismo, lo inventano le élite coloniali. I British Raj in India sedotti da fasti dei maharajah e parate di elefanti. L’aristocrazia inglese che, a fine Ottocento in Nuova Zelanda, inserisce nella bellicosa haka (la danza di guerra maori) ragazze che ruotano i poi (corde con a capo una sfera di tessuto) creando una coreografia armonica, replicata ancor oggi, <per dare agli europei quel che volevano vedere> come affermano al Maori Institute di Rotorua. I francesi che in Polinesia edulcorano il tamurè per creare risvolti commerciali alla recherche sauvage; inventano i ‘tipici’ faré (bungalow a palafitta, mai esistiti nella tradizione polinesiana e causa dell'inquinamento delle lagune) e il business del matrimonio polinesiano con riti, zattere e costumi improbabili. Improbabili riti nuziali spopolano dalle Fiji ai Caraibi via Bali e Seychelles (sposarsi con riti indù o di popoli che vantano antenati antropofagi è di moda), sono proposti dai cataloghi dei tour operator più commerciali e facilitati da leggi di Paesi che sollecitano convenzioni con i governi occidentali per dare validità giuridica a queste unioni tanto kitsch quanto lucrose. Dagli inglesi ai francesi che, durante il loro dominio coloniale del Maghreb sollecitarono manifestazioni di folclore locale, come il Festival del Sahara di Douz, in Tunisia, creato nel 1951, rimosso dopo l’indipendenza e ripreso negli anni Settanta per stimolare il turismo nascente.

FINZIONE E BISOGNO D'IDENTITÀ

A Douz, come in molti altri Paesi, queste feste - dove la tradizione si mescola alla fiction – sono oggi più seguite dai locali che dagli stranieri. Non sono più solo prodotti di consumo turistico ma, in risposta all’omologazione galoppante, diventano l’occasione per rivendicare l’identità. Per dire noi siamo diversi da voi. Per finta o per davvero?


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30/01/2012