IL GOLF NON É GREEN

IL GOLF NON É GREEN

I campi da golf alterano il paesaggio e la loro manutenzione consuma risorse idriche e riduce la biodiversità. In Asia il boom di questo gioco ha provocato disastri ecologici, tra deforestazione e sbancamenti.

I campi da golf appaiono verdi ma non lo sono. Perché questo sport - inventato nel 1500 dai pastori scozzesi, tra le erbose colline della loro piovosa e poco abitata terra, colpendo con bastoni palle di lana di pecora - trasferito in territori non idonei diventa una seria minaccia per l'ambiente. Perché la costruzione di green comporta il consumo di ingenti risorse idriche, l'uso massiccio di pesticidi e talvolta deforestazione e sbancamenti. E i progetti di nuovi golf course sono spesso il pretesto per speculazioni immobiliari: club con bar, ristoranti e piscina e spesso foresterie (veri alberghi) per ospitare i giocatori. Alterano il paesaggio, riducono la biodiversità ed entrano in conflitto con agricoltura e allevamento. Il danno è maggiore quanto più è arido il territorio coinvolto. Perché un campo da golf tradizionale a 18 buche consuma in media, secondo stime della European Golf Association, 2000 metri cubi di acqua al giorno: il fabbisogno di 8000 persone o il necessario per produrre 2 tonnellate di grano. I campi 'ecologici' di nuova generazione riducono i consumi idrici fino al 75% grazie a riciclo della piovana e irrigazione selettiva.

BOOM DEL GOLF E TENTATIVI DI RIDURRE L'IMPATTO

Va detto che il mondo del golf, soprattutto nei Paesi più sviluppati si è posto fin dagli anni '90 l'obiettivo di ridurre l'impatto di questo sport. La Federazione Italiana Golf (Fig) detta ai suoi affiliati linee guide riguardo a consumo di acqua, energia, gestione dei rifiuti e protezione di paesaggio e biodiversità; e premia i soci che si attengono a queste norme con il progetto 'Impegnati nel verde'. Il problema è però il moltiplicarsi dei green. In Europa ci sono oggi 6586 campi ufficiali contro i 2900 del 1985. In Italia ci sono 406 campi, di cui solo 227 affiliati alla Fig. Ci sono circa 70 milioni di giocatori nel mondo: 6 milioni in Europa, per metà iscritti a un club. Perché giocare a golf è diventato uno status symbol. E la costruzione di nuovi campi è vista spesso come un volano allo sviluppo del turismo, perché dovrebbero attirare i facoltosi turisti nordici. Il ministro Brambilla, durante l'ultimo governo Berlusconi, aveva presentato un disegno di legge per promuovere la realizzazione di nuovi green: progetto fortunatamente mai trasformato in legge. E lo stesso Berlusconi, durante la visita a Lampedusa a seguito dell'emergenza sbarchi dal Nord Africa, promise - tra demagogia e incompetenza - di crearvi un campo da golf: in sull'isola arida dove l'acqua per i 4500 abitanti viene portata da navi cisterna. Una follia ancora prima che un disastro ecologico. Tanto più che in Italia il numero di giocatori è esiguo: appena 250 per green (101.817 affiliati alla Fig nel 2011, raddoppiati dal 2009), contro una media europea sopra i 1000 e una media mondiale attorno ai 2000.

NOVITA': ACCORDO PER UN GOLF ECOSOSTENIBILE

La Federazione italiana golf ha appena siglato un accordo con Legambiente, Wwf, Federparchi, Fai e MareVivo in linea col programma internazionale della Golf environment organization (Geo), per la salvaguardia di paesaggio, assetto idrogeologico, biodiversità (riduzione dell'uso di fertilizzanti e  fitofarmaci) e risparmio idrico ed energetico. I firmatari si impegnano a un confronto per la riqualificazione ambientale dei campi esistenti e perché l'eventuale creazione di nuovi impianti avvenga in base a criteri di sostenibilità. 9/2/2012

PROTESTE POPOLARI CONTRO IL GOLF

Pensare di attirare visitatori con nuovi green corrisponde a un modello sbagliato di sviluppo turistico, per inseguire una moda probabilmente passeggera si altera il paesaggio in modo irreversibile. Perché oltre all'impatto ambientale menzionato, un golf course a 18 buche comporta un elevato consumo di territorio: da 50 a 60 ettari per campo. Significa che in Europa quasi 400.000 ettari sono dedicati a questo sport: troppo per un'attività elitaria che riguarda una minoranza estrema della popolazione (in Italia lo 0,16%). Difatti i progetti di nuovi campi da golf  hanno acceso proteste in tutto il mondo e hanno provocato la nascita di un movimento antigolf. In Italia già da fine anni Novanta ci sono state proteste e sono stati bloccati progetti in Trentino, Veneto, Friuli, Piemonte, Lombardia e Sardegna.

IL MOVIMENTO ANTIGOLF

Il primo movimento antigolf nasce in Asia a inizio anni '90 per iniziativa del golfista giapponese Gen Morita che, pentito e convertito all’ambientalismo, dichiara che questo sport è 'il più serio problema ambientale del pianeta essendo responsabile di deforestazioni, uso sconsiderato di pesticidi, diserbanti e acqua e propagazione di disparità sociale'. Esagerato? Non troppo se si guarda ai danni creati dalla diffusione del golf in Asia a cavallo tra anni '80 e '90, dove i green venivano costruiti sbancando e deforestando ampie aree, espropriando terre e deportando contadini poveri. Azioni che suscitarono le reazioni delle associazioni per la protezione dei diritti umani, oltre a quelle ecologiste, e nel 2001 furono condannate dall'International Labour Organisation (Ilo), l'agenzia dell'Onu per la promozione della giustizia sociale.

IL DISASTRO ECOLOGICO IN ASIA

Tutto iniziò in Giappone, dove negli anni '80 lanciare palline in buca divenne uno status symbol: anche perché, a causa di sovraffollamento e mancanza di spazio, l'iscrizione a un golf-club era un'attività esclusiva, limitata alle fasce più benestanti della società nipponica. Dal Giappone la passione per il golf dilagò in Corea del Sud, Thailandia, Malesia e Indonesia: paesi all'epoca in pieno boom economico in cui si formava un numeroso ceto medio. Una classe di nuovi ricchi che guardava con ammirazione all'Occidente e ai suoi simboli di promozione sociale, qual è il golf. Così per anni nell'affollatissima Asia si sono costruiti più nuovi campi che in ogni altro luogo: in Malesia, Thailandia e Indonesia gran parte dei nuovi progetti di edilizia residenziale prevedevano un attiguo golf course. Secondo gli anti-golfisti per costruire questi campi si tagliava la foresta pluviale: nel 1993 il movimento riuscì a impedire a una società giapponese di costruire un campo in cima alla collina di Penang, una delle poche aree vergini rimaste nell'isola malese. In Sud-est Asiatico i fitofarmaci impiegati (in quantità 8 volte superiore a quella usata nelle risaie) per far crescere l'erba ordinatamente sugli impeccabili green provocarono l'inquinamento di alcuni fiumi e falde acquifere con relative morie di pesci e avvelenamento degli impianti idrici destinati alla popolazione. E la manutenzione dei campi da golf rubò acqua ai progetti d'irrigazione di nuove colture, in Paesi in via di sviluppo dove gran parte della popolazione rurale ha una dieta basata sul riso.

Centinaia di campi sono stati realizzati su terreni non idonei. In Corea del Sud in due anni (1991-1993) sono state costruite 96 nuove strutture spostando milioni di tonnellate di terreno per creare le colline artificiali necessarie al gioco: oltre all'indubbio danno paesaggistico, l'operazione ha innescato processi d'erosione del terreno e conseguenti smottamenti: nel 1992, i lavori di scavo per la creazione di un green hanno causato una frana che ha sepolto e ucciso 54 persone. A seguito dell'incidente, a Seul manifestanti anti-golfisti si sono scontrati con la polizia. In Indonesia il sindaco di un villaggio ha trascorso sette mesi in prigione per essersi opposto alla costruzione di un campo dal golf su un terreno che la sua comunità coltivava da 40 anni. Nello stesso periodo gli anti-golfisti sono riusciti a bloccare in Giappone la costruzione di 720 nuovi campi: una massa di progetti che avrebbe completamente alterato il paesaggio nipponico, circondando Tokyo di un'improbabile atmosfera scozzese.

BUONA NOTIZIA: TREKKINGOLF A IMPATTO ZERO

Non sempre i campi da golf alterano il paesaggio e abusano delle risorse idriche. Riccardo Longo, ad esempio, ha scelto di tornare alle origini di questo sport con Trekkingolf. Il primo campo è stato creato a San Martino di Castrozza in Trentino senza mutare l'ambiente, irrigare, né usare diserbanti, aggiungendo solo alcuni tratti di erba artificiale su un green di 9 buche (diventeranno 18 nel corso del 2012). Un percorso, tosato con tagliaerba a biocombustibile, da seguire a piedi. E sono in cantiere prossimi progetti in Abruzzo, Croazia e in altre valli del Trentino.


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01/02/2012

www.federgolf.it
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European Golf Association
www.golfandenvironment.com
Audubon International
www.antigolf.org
Global Antigolf Movement
www.trekkingolf.it
Trekkingolf
www.golfenvironment.org
Golf environment organisation